Hogwarts Memories

..::HOGWARTS MEMORIES::.. (GDR sulla reale storia di Hogwarts)

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Fiori di ciliegio
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Tojours Pur
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Erano passate tre settimane da quando Xabaras aveva messo quel fiore di loto tra i capelli della figlia, passaporta che l'avrebbe condotta direttamente in Giappone. Così, da un giorno all'altro, Abraxas si era ritrovata dall'altra parte del mondo, sola.

Al momento del suo arrivo si era trovata davanti delle imponenti mura di pietra, nelle quali era incastonato un grande portone di legno massiccio. Non sapeva dove si trovava: aveva solo riconosciuto il monte Fuji alle sue spalle, ed alle sue pendici il lago Kawaguchi, uno dei cinque che lo circondavano. Aveva così salito le scale di pietra, delimitate da due statue di dragoni dagli occhi di giada, e si era fermata davanti al portone. Aveva allungato una mano per afferrare uno dei pesanti battenti, ma ancora prima che potesse bussare la porta di aprì, lasciandola entrare come se già conoscesse la sua identità. Una volta entrata si era ritrovata davanti ad un magnifico giardino zen, interrotto solo da un vialetto in pietra che conduceva alla casa. La sabbia del quale era composto era bianca e finissima, segnata dal rastrello in legno che disegnava su di essa precise linee, e ad interrompere quel mare bianco grandi pietre nere e lucide, ed alcune piante. Ad attenderla alla fine del vialetto stava, in piedi e con le mani congiunte nascoste dalle larghe maniche del kimono, un anziano signore. Abraxas l'aveva salutato con un inchino, tipico dei modi giapponesi, e lui aveva risposto allo stesso modo, senza proferire parola. Se il padre non le avesse detto il nome dell'uomo che l'avrebbe ospitata, probabilmente non avrebbe mai saputo il suo nome.
Anzai Murasaki era infatti un uomo molto silenzioso. Dal primo momento in cui aveva incrociato i suoi occhi, scuri e penetranti, aveva avuto la sensazione di trovarsi davanti ad una persona alla quale si doveva portare il massimo rispetto. E così Acrux faceva.
Sembrava piuttosto vecchio all'apparenza: aveva capelli fino a metà schiena, fini e bianchissimi, così come la barba ed i lunghi baffi che pendevano all'ingiù. Era anche un pò cicciottello, eppure ogni sua movenza dava un senso di profonda calma e delicatezza, quasi il suo corpo fosse senza peso.
Inizialmente aveva pensato che la sua permanenza sarebbe stata piuttosto solitaria, invece Anzai le teneva spesso compagnia. Infatti, oltre a pranzare e cenare assieme, si dedicavano a numerose attività. Egli le aveva insegnato a prendersi cura del giardino zen, a curare i bonsai ed a praticare il Tai-chi. A volte si allenavano anche con la katana...o meglio, Acrux si allenava, visto che Anzai era decisamente troppo esperto per lei.
Non mancavano però i momenti in cui Abraxas era sola. Quelli erano i peggiori, nei quali i pensieri vagavano incontrollabili fino alla lontana Hogwarts, e soprattutto a Fenrir. In quelle settimane egli era diventata quasi una presenza ossessiva, tanto che lo vedeva ovunque, e a volte prima di addormentarsi, solo per un attimo, sentiva la sua voce. Ovviamente suo padre le aveva tolto tutte le fialette di Distillato, percui non poteva fare altro che rassegnarsi a quella condizione, fino a che, con il passare del tempo, non lo avrebbe dimenticato. Ma in quel momento le sembrava impossibile che una cosa del genere sarebbe potuta succedere.

Come ogni giorno, Abraxas era seduta sul portico in legno che dava sul giardino sul retro. Era molto diverso da quello d'entrata, e di tutta la proprietà del signor Murasaki era il posto che preferiva in assoluto: il prato era perfettamente curato, e pareva quasi un tappeto di seta verde, interrotto da un laghetto centrale delimitato da pietre, sul quale fluttuavano armoniosamente delicate ninfee. Esso era sovrastato da un ponticello in legno, al termine del quale sorgeva uno dei tanti alberi di ciliegio che occupavano quel giardino meraviglioso. Erano gli alberi che Anzai preferiva, e li aveva incantati in modo che rimanessero in fiore tutto l'anno, per poter godere ogni giorno di quella bellissima visione.
Sedeva, tenendo sulle ginocchia un bonsai, mentre con piccoli tocchi della bacchetta dava vita ai tanti e vari strumenti che servivano per la cura di quelle piante tanto delicate. Se la cavava piuttosto bene, e da quello che aveva capito, Anzai preferiva che si dedicasse ad un arte del genere, che alla violenza della spada: ricordava perfettamente la sua occhiata ammonitrice quando, durante un allenamento, lei aveva perso la calma. In ogni caso, quel clima pacifico non poteva farle altro che bene. Anzai le aveva persino preparato un distillato di erbe dalla funzione calmante, nel caso rabbia o ansia facessero capolino. Ogni tanto l'aveva usato e, beh, funzionava alla grande.
Con un colpetto di bacchetta animò delle piccole forbicine, che andarono ad amputare un rametto secco, che cadde sulla stoffa del suo kimono verde smeraldo. Alzò lo sguardo, osservando per un attimo il cielo: erano le quattro del pomeriggio, e probabilmente a quell'ora ad Hogwarts si stavano svolgendo le solite lezioni. Chissà cosa stavano facendo Mistica, e Tom, e...
Abbassò subito lo sguardo, tornando alla piccola pianta per scacciare quei pensieri. In ogni caso, più tardi avrebbe scritto ad entrambi, come faceva ogni due giorni. Sospirò, carezzando il vaso di ceramica, per poi tornare a muovere la bacchetta con piccoli tocchi, mentre un petalo rosa andava a posarsi sul sulla seta del suo kimono.


Edited by Abraxas Acrux Black - 15/10/2009, 22:02
 
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Note basse orientali risuonavano nell'aria, mischiate ai dolci profumi del giappone.
Era stato difficile individuare Abraxas: aveva contattato in Giappone un branco alleato, e aveva riscontrato in loro grande disponibilità per aiutarlo, cosa piuttosto rara.
Questo, in cambio del pagamento di antichi debiti di guerra.

E così l'avevano trovata, nella zona Shiuzoka e Yamanashi, nel quartiere magico più elegante e protetto, zona in cui vivevano i più saggi e rispettati.
Avevano parlato con estremo rispetto di colui che ospitava la sua lupa, Anzai Murasaki: era un fido collaboratore di tutti i licantropi, nonchè ottimo maestro di autocontrollo.
Un genio silenzioso.

Fenrir aveva camminato per lungo tempo, dalla sede del branco che aveva raggiunto con una passaporta fino a quel luogo, così lontano, trovando ospitalità lungo il cammino in modeste locande, dove si era concesso i pochi istanti di riposo e ristorazione.
Raggiungere il luogo con la magia era impensabile, doveva avanzare cautamente: così gli era stato vivamente consigliato.
E in quei giorni di cammino aveva seguito docilmente il consiglio, pur di evitare sorprese.
Se era quello il sacrificio da compiere, o almeno la prima parte, per riavere Abraxas con se', avrebbe fatto qualunque cosa.

Un bizzarro e forte odore di ciliegi in fiore lo colpì insieme a un alito del vento nervoso: si guardò attorno spaesato da quell'odore pungente, mentre si chiedeva come dei ciliegi potessero fiorire con l'inverno alle porte.

Magia... Quella era la sola soluzione.
SI guardò per la prima volta davvero intorno, riprendendosi dai suoi pensieri, e si stupì di riconoscere nel quartiere in cui era giunto una nota di magia, a partire dalle piante esotiche incantate che lo circondavano.
Aggrottò le sopracciglia, concentrato sui profumi che invadevano l'aria, cercando quello familiare di Acrux: avanzò lentamente, e lo sentì.

Il cuore prese a battere all'impazzata, in una cavalcata furiosa che quasi gli fece girare la testa dall'emozione: era arrivato.
L'aveva trovata per davvero.

Si mosse veloce, rapido, scosso dalle sensazioni di speranza che trovava: ed ecco la casa di Murasaki.
Enormi alberi di ciliegio sovrastavano le alte mura che racchiudevano la casa, rendendola misteriosa a chi vi passava: il mix di colori delle piante rampicanti che scendevano lungo il mogano scuro del recinto rendeva il luogo misterioso,e allo stesso tempo inaccessibile.
La magia che lo circondava era fortissima, si poteva udire a pelle o quasi.

Esitò, inspirando nervosamente, preso dall'ansia e dall'euforia.
DOveva trovarla subito, e dirle che l'amava, che non poteva stare senza di lei. Era una verità così terribile che accettarla era stato quanto di più difficile avesse mai fatto.
Ma non se ne pentiva, non più.

Non fece in tempo a avvicinarsi al portone con un ulteriore passo che una gelida lama affilata si posò contro la sua gola, accompagnata da una folata di aria leggera.
sgranò gli occhi, completamente colto di sorpresa nel trovarsi davanti due occhi a mandorla tempestosi e un volto antico e impassibile, di cui il proprietario stesso lo stava minacciando con la lama fredda.

Deglutì, rimanendo immobile sotto l'esame di quello sguardo.

"Maestro, mi lasci andare da lei"
mormorò Fenrir, lasciando svanire dallo sguardo la sorpresa, lasciandovi una forte sicurezza e decisione.
Spinse la gola contro la lama, in una muta provocazione: se davvero voleva fermarlo avrebbe dovuto ucciderlo.
E sarebbe stato un onore morire per mano di quell'uomo, per Abraxas.

"Mi chiamo Fenrir Greyback, capobranco del Nord dell'Inghilterra, discendente di Wulfrich Greyback, figlio di Wolfgang, pronipote di Lionel il Grande. Sono un licantropo, ma prima di esser capobranco sono un uomo. Un uomo follemente innamorato, che ama e amerà solo una donna nella sua vita, e quella donna è ora separata da me e rinchiusa tra le tue mura, Anzai sama."

Le parole erano chiare, sgorgavano dal cuore anche se mantenevano quella leggera scanzonatura di rispetto e orgoglio.
Eppure la passione che esprimevano era priva di ombre e sfumature.

"Maestro, mi lasci varcare quei cancelli. Il mio cuore è puro, come il mio amore per Abraxas, come quello che lei prova per me.Abbiamo sbagliato una volta, ho sbagliato, ma non voglio perdere tutto a causa di un errore recuperabile. NOn voglio rinunciare alla mia e alla sua felicità. Ho combattuto con onore prima di giungere qui, e combatterò ancora contro di te, Anzai sama, se sarà necessario per rivedere anche solo un'ultima volta Abraxas."

La lama non si scostò dalla sua gola, anzi, fremette con una leggera pressione, cosicchè piccole scie di sangue la sporcarono, in piccoli torrenti disordinati.

In Fenrir non vi fu nessuna reazione, come se quella traccia di dolore fosse troppo piccola per ottenere la sua attenzione.

"Mi guardi negli occhi, e vedrà che non c'è traccia di menzogna nelle mie parole. Io la amo."


Non aggiunse altro, continuando a reggere lo sguardo ipnotico dell'uomo, sfidandolo a contestare i sentimenti che si potevano leggere negli occhi dorati: con la stessa rapidità con cui era arrivato, Anzai svanì nel nulla, lasciandolo solo e frastornato in mezzo al viale.

Con un rumore dolce e leggero i portoni della villa di Murasaki si spalancarono agli occhi di Fenrir, rivelandogli ogni bellezza, ogni pianta meravigliosa.

Ma il fiore più bello stava silenzioso in un angolo, rivestito di verde smeraldo e dalla bellezza tale da incantare qualunque creatura.
avanzò, con passo quasi malfermo, verso Abraxas che si stagliava di fronte a lui come una visione, mentre il cancello si richiudeva obbediente alle sue spalle.



 
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Osservò per un attimo il petalo rosa posarsi leggero sulla sua veste, senza far caso al rumore dei pesanti portoni che si aprivano e poi si richiudevano. Probabilmente era Anzai che era tornato, da dove non lo sapeva. Non riusciva mai a capire davvero quando c'era o non c'era, tanto erano improvvise e silenziose le sue apparizioni. Assottigliò lo sguardo, osservando con attenzione uno dei rami più grandi del bonsai, per poi animare delle piccole forbici con un colpetto di bacchetta e recidere una foglia malformata. Con quello, per il momento, aveva finito, e le pareva di aver fatto un buon lavoro. Osservò il risultato con sguardo critico, per poi alzarsi e rivolgere lo sguardo alla sua sinistra, tenendo il vaso tra le mani, pronta a porgerlo al Maestro con il solito inchino. Quello che vide, però, non fu un anziano signore dalla lunga e candida chioma, bensì un alto giovane, dai capelli e dagli occhi dorati e luminosi come il sole. Egli avanzava verso di lei, passo dopo passo, così dannatamente reale...così dannatamente bello. Dischiuse le labbra, il vaso che vacillò per un attimo tra le sue mani, che però riuscirono a reggerlo sapendo che si trattava solo di un'illusione. Chiuse gli occhi, facendo un profondo respiro, mentre con una mano scendeva fino ad una tasca ed estraeva da essa una fialetta contenente del liquido verdastro.

"Maledizione."

mormorò tra sè e sè.

Aprì gli occhi, senza alzare lo sguardo, e piuttosto nervosamente stappò il piccolo contenitore, portandolo alle labbra e bevendone un sorso solo, per poi riporre il tutto di nuovo tra la stoffa del kimono. Rimase a sguardo basso, gli occhi neri puntati sul bonsai, il respiro che si era fatto leggermente irregolare. Era sempre così quando le succedeva, eppure quella era stata decisamente realistica. Anzi, lo era ancora. Quando rialzò lo sguardo scoprì che l'immagine fittizia di Fenrir non se n'era affatto andata, anzi, ora poteva sentirne persino il profumo, più forte ed intenso che mai. Il cuore mancò un battito, togliendole per un attimo il respiro. Era evidente che stava diventando totalmente pazza. Posò il bonsai a terra, per poi appoggiarsi ad una statua di dragone simile a quelle che delimitavano le scale dell'entrata della casa, portando una mano alla fronte.

"Non è niente. Ora passa tutto."

sussurrò, cercando di tranquillizzare sè stessa.

"Respira profondamente ed annullati nelle forze vitali che ti circondano."

continuò, citando le parole di Anzai.

Era stato lui a insegnarle a cercare la calma e la pace interiore in quei momenti. Con il passare dei giorni, poi, episodi del genere si erano ridotti drasticamente, ed era migliorata. Allora perchè in quel momento vedeva Fenrir come se fosse stato davanti a lei, dannazione?
 
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 20/11/2009, 23:26



"Ti annulli nelle forze vitali ora?"
domando' roca e ironica la voce del ragazzo, mentre si avvicinava ancora con una smorfia preoccupata sul volto.

Seppur bella come sempre, la vitalita' di Abraxas sembrava appassita, lasciando una traccia di dolore sul volto.
Forse era vero che lei lo amava ancora. E che non amava Riddle.

Era il momento di capire e chiarire definitivamente.
Ed era anche tempo per lui di riprendere la donna che amava, e questa volta tenersela stretta.

Non avrebbe esitato, e lo avrebbe fatto immediatamente.
le prese il volto tra le mani, con dolcezza, obbligando gli occhi scuri di Abraxas a fermarsi nei suoi, inchiodandoli.

Sorrise dolcemente, sussurrando "Perdonami..." sulle labbra di Acrux prima di baciarle con passione, avidamente, quasi disperatamente.

Ora che la teneva stretta tra le braccia capiva ancor piu' di prima quanto gli fosse mancata.
Quanto fosse stato l'ombra di se stesso per tutto quel tempo.

La strinse con possesso, sciogliendosi in quel bacio traboccante di sentimenti, nel quale implorava silenziosamente il perdono della sua donna.



 
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Riapri' gli occhi, sgranandoli.
Non era possibile. Aveva parlato. E non era una voce a caso, ma proprio la sua, quella roca ed un po' ironica che veniva fuori quando voleva sdrammatizzare dopo un litigio. Guardo' Fenrir, le labbra dischiuse e lo sguardo impaurito, mentre egli si avvicinava. Quell'allucinazione stava durando decisamente molto, ed in modo troppo, troppo realistico. Fece per indietreggiare, ma si trovo' bloccata contro la statua del drago. Degluti, osservandolo mentre lentamente alzava le mani ed andava a posarle sul suo viso, guardandola negli occhi. Dio, poteva persino sentire il suo calore...Era come in uno dei tanti sogni che faceva, dove lui arrivava, la guardava e la stringeva a se', dandole un bacio pieno d'amore. Ed ecco, come succedeva nelle sue notti, che egli si avvicinava, gli occhi inchiodati ai suoi, per poi posare le labbra sulle sue. Rimase per un attimo immobile, leggermente tremante. Non poteva lasciarsi andare a quella visione: facendolo avrebbe perso se' stessa di nuovo, ed avrebbe ricominciato a soffrire ancora in quel modo terribile. Ma quelle labbra...oh, le sue labbra erano calde, morbide e profumate come le ricordava. Dopotutto che male c'era a lasciarsi andare solo per un attimo, solo per avere per un momento l'illusione che egli fosse li' e che l'amasse ancora? Per un attimo, esitante, poso' le mani sui fianchi di Fenrir, facendole poi salire fino all'addome ed al petto, ed infine al viso, lasciandosi prendere da quel bacio passionale ed allo stesso tempo quasi disperato. Ricambio' quasi con violenza, con estremo bisogno, cercando di godersi quel contatto immaginario finche' la sua mente non avesse deciso di interromperlo crudelmente, mentre nel frattempo due lacrime erano scese a solcarle il viso. All'improvviso si scosto', spingendo via Fenrir, lo sguardo quasi sconvolto. Si puli' nervosamente le lacrime dal viso con la mano tremante, respirando affannosamente.

"No. Non posso."

disse a se' stessa, impedendosi di continuare con quella follia.

Per quanto fosse bella ed intensa quella sensazione non poteva permettersi di concedersela. Non poteva. Si scosto' dalla statua del drago, oltrepassando Fenrir con passi veloci.

"Anzai Sama."

chiamo', la voce leggermente scossa.

Aveva assolutamente bisogno che la facesse calmare. Fece scorrere lo sguardo sul giardino, poi all'interno della villa, cercando il maestro con gli occhi.

"Anzai Sama!"

chiamo' una seconda volta, lo sguardo disperato.


Edited by Abraxas Acrux Black - 16/10/2009, 22:23
 
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Rimase allibito davanti alla crisi di nervi di Abraxas.
Non lo voleva più, nonostante lo avesse ricambiato fino a pochi secondi prima?
Perchè diamine stava chiamando Anzai, perchè quello stato di shock?

Forse che lei lo credesse mera allucinazione, frutto dei suoi desideri e della sua fantasia?
Il secondo richiamo, quasi disperato, di Abraxas confermò questa tesi: Abraxas credeva che lui non fosse reale.
La seguì, e la afferrò per un polso per attirarla a se'.

"Abraxas, non devi avere paura. Io sono qui, non sono un'allucinazione. Calmati ora, Anzai mi ha concesso di vederti... Non vorrei che giungesse qui a uccidermi prima che io ti abbia almeno detto..."

si interruppe, prendendo un respiro profondo, avvicinando solo parzialmente il volto a quello della ragazza.

"...Quanto ti amo, quanto mi manchi..."
Il mormorio che accompagnò quelle parole fu dolce, una confessione sussurrata e pura nella sua sincerità.

Non c'era traccia di menzogna nè sul volto nè nelle parole di Fenrir Greyback, solo amore e paura.
Paura di perderla definitivamente.

"Nessuna pozione mi farà svanire questa volta... Solo un tuo rifiuto riuscirà in quest'impresa"
mormorò accennando a un vago sorriso, carezzandole i capelli e attorcigliando una ciocca castana attorno al dito, nel tipico gesto rilassante che era solito fare quando era vicino a Abraxas.

Si perse solo qualche attimo nella sua silenziosa contemplazione, comunque in attesa del rifiuto che sicuramente lo avrebbe colpito a momenti.



 
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Tojours Pur
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 17/12/2009, 19:58


Rimase a fissarlo, immobile, lasciando che egli le toccasse i capelli, come faceva sempre nei momenti più tranquilli. La frase "non sono un'allucinazione" risuonò per qualche attimo nella sua mente, apparendo per un momento falsa ed ingannatrice. Eppure quello sguardo, quel tocco...era tutto vero. Ma davvero era possibile che lui fosse venuto fino a lì, dall'altra parte del mondo, solo per lei? Davvero doveva crederci? Il suo sguardo mentre le diceva di amarla le fece capire che, si, ciò era effettivamente possibile. Reale.
Alzò una mano lentamente tremante, portandola sul suo viso, l'altra a seguito. Si avvicinò maggiormente, fissandolo speranzosa con gli occhi neri, che chiedevano di non illuderla. Solo quando ebbe il suo viso sotto le mani, quando ebbe toccato la sua pelle calda e la barba leggermente incolta si rese che effettivamente Fenrir era lì, davanti a lei. Era lì, e diceva di amarla, e che le mancava.
Nonostante non ne fosse convinta, spinta dal momento lo abbracciò di slancio, stringendolo a sè forse troppo forte. In quell'attimo, fu come tornare a respirare di nuovo dopo giorni e giorni di apnea, come se il sangue fosse tornato a scorrerle nelle vene, ricominciando a scaldare il suo corpo. Chiuse gli occhi, respirando il suo profumo, che si mischiava con quello di incenso di cui era impregnato il kimono e di fiori di ciliegio: era decisamente il più buono. Nascose il viso nell'incavo del suo collo, chiudendo per un attimo gli occhi e baciandone appena la pelle morbida e delicata. Si alzò leggermente sulle punte, salendo a sfiorargli il lobo dell'orecchio, poi la guancia ed infine le labbra. Arrivata ad esse riaprì gli occhi, puntandoli nei suoi, e le lambì con passione, senza la violenza di prima, ma con più dolcezza. In quel momento non voleva pensare, riflettere sulla loro situazione e su quello che era successo. Voleva solo averlo lì, accanto a lei, come poche settimane prima. Solo loro due.
Lacrime silenziose presero a scendere dai suoi occhi, tristi e felci allo stesso tempo, incontrollate. Interruppe il bacio, chiudendo di nuovo gli occhi ed appoggiando la fronte alla sua.

"Dio, grazie."

sussurrò, leggermente tremante, in una specie di sospiro di sollievo.

Deglutì, il battito irregolare che le toglieva il respiro. Ignorò completamente quel discorso assurdo riguardo al rifiuto, riaprendo gli occhi e guardandolo, carezzandogli i capelli con una mano. Lo contemplò per qualche secondo, in silenzio.

"Mi sembra impossibile che tu sia davvero qui."

mormorò poi, piano, quasi a non voler infrangere quella che ai suoi occhi, in quel momento, era una vera e propria magia.
 
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"Ora sono addirittura il tuo Dio... Prego."
mormoro' con un sorrisetto divertito, mentre intanto il suo cuore esplodeva di gioia pura.

La speranza torno' a sbocciare inesorabilmente in lui, facendolo sentire felice, incredibilmente felice.
Avrebbe voluto urlare e saltare, per la gioia e l'euforia che quelle emozioni gli trasmettevano...
Si limito' a mostrare invece la sua gioia baciando rudemente, con gioia, le labbra di Abraxas, scendendo poi lungo la sua guancia e il collo, che sfioro' poi quasi in venerazione.

L'odore e la morbidezza della pelle di Abraxas erano meravigliosamente intense, sue, sue, sue.
E non di Riddle, nonostante tutto, nonostante la chance che il suo rivale aveva avuto di stare con Abraxas.

Invece era rimasta sua... E lo sarebbe rimasta.
Questa volta davvero per sempre.

"Anche a me sembra impossibile... L'averti davvero lasciata, pero'. Non posso vivere senza di te.. E spero che anche tu non possa, anche se il tuo modo di dimostrarmelo e' stato davvero orribile. Mi sento un verme, Acrux."

disse seriamente, allontandosi dalla sua pelle invitante per guardarla negli occhi scuri e profondi.
Provava il forte desiderio di baciarla ancora e ancora, trascinarla con se' sopra l'erba, carezzare la sua pelle...e amarla.
Ma si sarebbe trattenuto.

Dovevano chiarire in qualche modo... E tornare insieme definitivamente e consapevolmente.
Per amarla c'era tempo...
Una vita intera.

 
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Il suo viso si colorò lievemente di rosso, mentre lo guardava con le labbra dischiuse ed un'espressione sognante macchiata da una nota di malinconia. Quello che le stava dicendo era bellissimo, ed il suo cuore non avrebbe potuto battere più forte di così, eppure nel profondo c'era qualcosa che non la convinceva. Diceva di sentirsi un verme, di non poter vivere senza di lei, ma dai ricordi che aveva degli ultimi giorni ad Hogwarts non sembrava affatto così, anzi, lo aveva visto sempre sorridente e scherzoso, soprattutto con le ragazze. Una sorta di vecchio Fenrir, insomma. Poi c'era stato il bacio con Isabel...già, quello, il colpo di grazia. Sul momento era troppo priva di forze, troppo triste per arrabbiarsi davvero. Solo una volta arrivata in Giappone la sua rabbia era lentamente emersa, culminando con la perdita del controllo durante un allenamento con la spada insieme ad Anzai.
Lasciò scivolare le mano dai suoi capelli, abbassando lo sguardo, mentre le labbra si piegavano impercettibilmente all'ingiù. No, non poteva credere alle sue parole, e non perchè fossero false, ma perchè non erano ragionate, razionali. Era fin troppo chiaro che fossero dettate dall'istinto, dalla mancanza non di lei come persona, bensì dell'abitudine di averla vicino. Solo abitudine, e non amore. Altrimenti non avrebbe avuto quell'atteggiamento appena si erano lasciati. Semplicemente lui non se ne rendeva conto. Si scostò leggermente, andando a sfiorare con la mano la statua del drago dagli occhi di giada.

"Ascolta, Fenrir..."

iniziò, osservando un petalo rosa posarsi sul muso della statua.

Deglutì, esitando per un attimo. Si, era giusto farlo ragionare. Anche se poi lo avrebbe perso per sempre. Era per il suo bene.

"...è vero, io senza di te non posso vivere. Ma per te non è così."

mormorò, rialzando lo sguardo su di lui.

Sembrava sorpreso, confuso. Ovvio, stava negando una cosa che lui aveva appena affermato. Lo sguardo di Acrux si fece leggermente supplichevole, quasi lo stesse pregando di arrivarci da solo. Non voleva cedere ad un'illusione che l'avrebbe definitivamente distrutta, non poteva.

"Lo sai che non è così. Ti manco, sì, ma solo per abitudine. Solo perchè ero una presenza fissa nella tua vita. Cerca di rendertene conto."

Sospirò, tornandogli vicina con un piccolo passo, per poi intrecciare le dita con le sue. Abbassò nuovamente lo sguardo.

"Ti ho visto, Fenrir...ed ho saputo. Non desideri davvero stare con me."

mormorò, la voce leggermente tremula sul finire della frase.

Non nutriva rancore nei suoi confronti. Solo una profonda malinconia.
 
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"Gira e rigira torniamo sempre al punto di partenza. Non hai affatto fiducia in me, neppure un briciolo."

disse il ragazzo incupendosi, ma privo di qualunque traccia di rabbia.
Solo un'ombra greve di delusione gli oscurava il volto, ancor piu' dorato per via della luce color arancio che sprigionava il mutevole cielo giapponese, intriso quasi dei mille colori delle piante del cortile del Maestro.

Strinse i pugni, rimanendo rigido dov'era, trattenendosi cosi' da reazioni impulsive.
"Isabel mi ha baciato dopo che mi hai lasciato: e' stato per scherzo, e mi ha sinceramente disgustato. Non provo piu' niente quando non ci sei tu, la mia e' solo una maschera di allegria per essere meno vulnerabile. Per sembrare piu' forte... Soprattutto ai tuoi occhi. Possibile che tu non l'abbia capito?"

allungo' una mano esitante per sfiorarle il volto, sospirando frustrato.

"Io sono Fenrir Greyback, e odio l'abitudine. Ma amo te, solo te. Puoi darmi quest'ultima possibilita' e stare con me?"

accenno' a un sorriso leggero, appena accennato e destinato a svanire velocemente al primo rifiuto.
Anche se non sarebbe comunque bastato a allontanarlo.

"Torna casa con me, Acrux. A Hogwarts"
mormoro', con un sottile tono di implorazione.
 
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Rimase immobile, le labbra dischiuse, fissandolo. Cercava la verità sul suo volto, la conferma che quello che stava dicendo fosse vero. Ed era così, non c'era menzogna negli occhi di Fenrir Greyback. Lui la amava ancora, e la voleva al suo fianco, questa volta per sempre.
Sospiro, quasi di sollievo, abbracciandolo con dolcezza. Era stanca di farsi dei problemi e non ce la faceva più a stare senza di lui. Lo rivoleva, rivoleva i suoi baci, le loro notti d'amore, e si, anche i loro stupidi battibecchi. Rivoleva tutto di lui.
Lo strinse a se', piu' forte, baciandogli delicatamente il collo, gli occhi chiusi.

"Si."

sussurro' al suo orecchio.

"Torno ad Hogwarts con te."

Hogwarts. Quella parola, pronunciata ad alta voce, le fece scattare qualcosa nella testa, qualcosa di indefinito che pero' le fece fermare il cuore. La successione di pensieri fu veloce: Hogwarts, Tom, la Camera, il Basilisco...era come se quei ricordi fossero stati rimossi e fossero riaffiorati solo ora, risvegliandola da un lungo sonno.
Lascio' lentamente la presa su Fenrir, impallendo.
Tom aveva ucciso una ragazza, e lei non aveva detto assolutamente niente. Avrebbe potuto esserci stato chiunque al suo posto, persino Fenrir, o Mistica...e lei non se n'era resa affatto conto. Era complice di un omicidio.
Indietreggio', lo sguardo fisso davanti a lei, vitreo. Cosa era stata senza Fenrir per tutto questo tempo, se non un mostro? Come poteva tornare a Hogwarts e riprendere a sostenere un assassino?
Porto' una mano davanti alla bocca, sconvolta. Ecco come poteva farlo: se non l'avesse fatto lui l'avrebbe uccisa. Glielo aveva detto lui stesso, chiaramente e senza mezzi termini. Non aveva avuto scelta, e non l'aveva tutt'ora.

"No...n-non posso..."

disse, con un fil di voce.

Rialzo' lo sguardo su Fenrir, come se avesse visto un fantasma, indietreggiando ancora, fino a che le gambe non le cedettero. Cadde in ginocchio, andando a coprirsi il viso con le mani tremanti, scoppiando in singhiozzi disperati.

"...l'ha uccisa...mi uccidera'..."

furono le uniche parole comprensibili.


Edited by Abraxas Acrux Black - 31/10/2009, 19:02
 
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view post Posted on 31/10/2009, 23:47Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 20/11/2009, 23:26



successe tutto molto velocemente, come se il tempo fosse appositamente accelerato per lasciarlo attonito, dalla felicita' di avere di nuovo Acrux tra le braccia allo stupore intimorito allo spettacolo di lei in ginocchio a terra, in preda ai singhiozzi e a una specie di delirio confusionale.

Sbatte' le ciglia piu' volte, confuso, senza muoversi qualche istante mentre la sua mente componeva i pezzi del puzzle dell'ultimo periodo a Hogwarts.
Era stato Riddle a uccidere Mirtilla...
E ad aver minacciato di morte Abraxas.

Non c'erano fraintendimenti su questo punto, e sul fatto che Abraxas era stata complice, un'affidabile complice per Riddle.
Rimpianse quello'occhio nero, e si rimprovero' rudemente di non averlo cancellato dalla faccia della terra come meritava.

E quel che era peggio, era il coinvolgimento di Abraxas.
L'imprinting era stato davvero inclemente, al punto da consegnarla nelle mani di un assassino.

Con un'invidiabile faccia da poker e un silenzio innaturale sollevo' Acrux tra le braccia, sollevandola fino a cullarla dolcemente contro di se', con calore.

Non voleva sapere come erano andate le cose... Non da Abraxas.
Le avrebbe risparmiato l'umiliazione di confessare a lui le sue malefatte, nonche' quelle del suo imprinting.

"Ssh, va tutto bene. Ora mi riprendero' io cura di te"
mormoro' dolcemente tra i suoi capelli,serrando subito dopo la mascella con furia repressa.

 
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view post Posted on 5/11/2009, 20:01Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 17/12/2009, 19:58


La sua mente era in uno stato di confusione totale, tanto da quasi annebbiarle la vista. Si strinse a Fenrir, nascondendo il viso nel suo petto, continuando a singhiozzare disperatamente. In quel momento aveva come l'impressione che quelle lacrime non si sarebbero mai fermate, come se la sua condanna per aver aiutato un assassino fosse stata piangere per sempre.

"...mi dispiace...mi dispiace..."

ripetè quasi incomprensibilmente, tremante.

Dio, ma come aveva fatto ad affidare la propria vita in mano a Tom Riddle? A coinvolgere Fenrir? Come aveva potuto cedere così tanto all'imprinting?
Continuò a piangere a lungo, senza sapere se quelli che stavano passando fossero minuti od ore. Voleva andarsene. Non sapeva dove, ma voleva andarsene.

"Portami via...ti prego."

disse con un fil di voce, pregando che Fenrir davvero lo facesse.

Purtroppo quello che intendeva non era andarsene dal Giappone, ma da quella situazione. E per quello, purtroppo, Fenrir non poteva fare proprio niente.

 
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